Il cielo non manca (Il ghetto di Bologna)

Bologna ha una storia fatta di abbondanza, liberalità e di uno spiccato senso della tolleranza.
Da almeno ventidue secoli gode la fama di città fiorente, tanto che dalle sue mille delizie ha preso persino il nome.

Fu uno dei primi Comuni a sciogliere i servi dai loro obblighi feudali e divenne una sorta di isola di cultura e umanità durante le epoche più buie della storia d'Italia. Stupisce pertanto che uno dei suoi luoghi più affascinanti debba la sua nascita ad una delle poche manifestazioni di intolleranza della sua storia: il ghetto.

Da fedele serva del Papa, Bologna stabilì, durante le purghe della Controriforma, di confinare i tanti ebrei che vi risiedevano in un'area di poche centinaia di metri quadrati, fra le vie Oberdan, Marsala e Zamboni, a ridosso dell'attuale zona universitaria.
Il complesso dedalo di vicoli medievali, portici e stretti passaggi poteva essere chiuso da tre cancelli, dei quali ora si scorge ancora qualche traccia. Solo al suo interno il popolo eletto poteva risiedere, vivere secondo le proprie tradizioni ed occuparsi della fruttuosa attività di cambiavalute.

Oggi è davvero un luogo magico. L'aspetto particolare del rione, dove ora le piccole botteghe artigiane convivono con la movimentata vita studentesca, è dovuto al fatto che, per mancanza di spazio, gli Ebrei bolognesi dovettero costruire case, botteghe e sinagoghe in verticale.
Il risultato più visibile e suggestivo è che, se si guarda verso l'alto dal profondo abisso di Via dei Giudei o di Via dell'Inferno (nomi tutt'altro che casuali), si fatica a scorgere il cielo, ma ci si accorge presto che non se ne sente per nulla la mancanza.

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